In viaggio per Jodhpur. Il Forte Mehrangarh


In viaggio per Jodhpur. Il Forte Mehrangarh. Viaggio da New Delhi a Jodhpur

Mollo il “lavoro” al Centro, faccio i bagagli e scappo con Cecilia sul treno diretto per la città blu del Rajasthan: Jodhpur. Avevamo prenotato i biglietti in settimana, troviamo quindi la carrozza senza problemi e saliamo sul superaffollato vagone con le inferriate alle finestre e piccoli ferrosi ventilatori sparsi sul soffitto. Obiettivo: raggiungere i nostri amici che si trovano già lì e visitare io Forte di Mehrangarh.

Ci sediamo circondate da indiani che ci fissano senza preoccuparsi di essere minimamente troppo invasivi. Abbiamo scelto la seconda classe; pulita e sobria, ma niente ci ripara dagli sguardi indiscreti degli altri curiosi viaggiatori.

Un ragazzo appoggia il piede scalzo vicino alla coscia di Cecilia. “Scusa, puoi togliere il piede? Grazie!” lo canzona pronta. Il giovane le sorride e con aria innocente le ubbidisce.

Per distrarci dalla noia mangiamo un mango facendo le parole crociate. Uno che non smette di fissarci ci rimprovera: “O ragazze, non sapete come si fa a mangiare il mango.”

Noi che siamo stufe di essere continuamente fermate per foto o chiacchiere superficiali, lo fulminiamo con lo sguardo e continuiamo il nostro Ghilardi.

Un indiano di mezza età tira fuori un fiasco di whisky che inizia a sorseggiare; sale sul terzo livello e si stende per dormire.

L’orologio fa già le 22.00 passate, non abbiamo molto altro da fare, così decidiamo di stenderci per dormire e improvvisamente si chiudono le luci. Non ci sono scompartimenti, il vagone ha uno scheletro di letti disposti anche lungo il corridoio; quasi tutti si erano già preparati per dormire, come se già sapessero della chiusura delle luci. Il buio ci regala il silenzio e l’idea di non essere fissate per lo meno durante il sonno.

Arrivo a Jodhpur, la città blu


Alle 6.30 di mattina siamo già a Jodhpur; scendiamo e compriamo come prima cosa i biglietti per Jaiselmer, cosa ben pensata, dal momento che le code agli sportelli sono sempre lunghissime. Chiamo Luciano e Marco, qui a Jodhpur già da un giorno e li trovo ancora mezzi addormentati nel loro albergo in centro storico.

Saliamo anche noi per fare colazione; vorrei subito uscire per visitare la città, ma la quiete del posto mi sopraffa, non posto non distendermi sui molli cuscini accanto al balcone del piccolo Café interno, dal quale ammiro le vicine case blu accatastate l’una sull’altra in un intricato gioco di angoli, cortili aperti, balconi chiusi, terrazze degli ultimi piani colme di bucati stesi, piante e sorridenti donne con bimbi mezzi nudi.

“Cosa avete visto ieri ragazzi?” chiede Cecilia.

“Abbiamo visitato il centro e qualche tempio, vi abbiamo aspettato per vedere il Forte” risponde Marco bevendo il suo caffè.

“Bene, allora come prima cosa saliamo lì!” invita Cecilia.

“Conviene muoversi, ormai sarà aperto” incoraggia Luciano guardando l’orologio.

Prendiamo un rickshaw in quattro: Marco si siede accanto al conducente, mentre noi tre dietro, con Luciano, il più minuto, sulle nostre gambe.

Il meraviglioso Forte Mehrangarh

Il Forte Mehrangarh (“Forte del Sole”) domina dall’alto dei 400 metri della collina chiamata Bakurcheeria; le sue mura si estendono per circa cinque chilometri, per un massimo di 36 metri di altezza. Kipling la descrive così: “Un palazzo che può essere stato costruito dai titani e colorato dal sole nascente.” La costruzione fu ordinata dal regnante della dinastia Rathore, Rao Jodha, che spostò qui la capitale da Mandore nel 1459.

La leggenda vuole che in cima alla collina vivesse un eremita chiamato Cheeria Natji, il quale si era rifiutato categoricamente di spostarsi per permettere l’inizio dei lavori. Rao Jodha usò quindi le maniere forti per togliere di mezzo il santo, amato dalla popolazione locale; in risposta l’eremita maledì il re augurandogli la siccità.

Colpito dalla maledizione, Rao Jhoda fece costruire un tempio e una casa per Natji all’interno del Forte; non solo, fece seppellire vivo un uomo chiamato Rajiya Bambi nelle fondamenta per buon auspicio. In cambio il re promise di proteggere la sua famiglia per tutte le generazioni a venire; si dice che ancora oggi il marajà locale si occupi degli eredi di Rajiya. Nonostante ciò, la città ancora soffre di siccità ogni 3 o 4 anni!

All’interno del Forte del Sole

Non c’è che dire, il Forte è compatto e possente, le grigia mura svettano dall’alto della cima; un gruppo di musicisti col turbante arancione accoglie i visitatori con melodie prodotte dagli stessi pifferi usati per incantare i serpenti e tabla.

Passiamo attraverso il primo vasto portale, Jai Pol; il Forte ne conta sette; i più famosi sono Fateh Pol, Dedh Kamgra Pol e Loha Pol. Quest’ultimo mi rimane più impresso, non solo perché conduce ai vari palazzi costruiti in varie epoche fino allo scorso secolo, ma soprattutto per le impronte di mano che trovo marcate in alto sulla destra. Ascoltando la guida scopro che sono quelle delle sati, ovvero delle 31 spose che sono state arse vive nel 1843 sulla pira del marito Maharajà Man Singh, dicono volontariamente.

Con la pelle scossa dai brividi entro e salendo ammiro le balconate degli alti palazzi chiuse da finissime griglie intarsiate da splendide decorazioni floreali. Le maggiori aggiunte sono state ordinate dal Maharajà Ajit Singh nel XVII secolo. Entriamo a visitare i vari antri dei Palazzi delle Perle, degli Specchi e dei Fiori; immense stanze decorate da pregiati intagli colorati, mosaici floreali e geometrici, giochi di specchi e luci. Sorrido davanti a una stanza dedicata alla celebrazione del Natale, con mille palline colorate al seguito.

Passiamo a visitare il Museo che prevede ambienti dedicati ai manoscritti antichi, a dipinti tradizionali con le varie divinità e all’armeria.

Chiusura in bellezza

Sazi di storie e bellezza, ammiriamo dall’alto la città blu con le sue minuscole case sparse nella stretta vallata. Il Forte è pieno di ragazze avvolte nei loro sgargianti sari; camminano con il viso completamente coperto, ma se la loro intenzione è quella di passare inosservate, le decine di monili che hanno alle braccia e alle caviglie causano l’effetto opposto.

Notiamo molta gente diretta verso la parte opposta dei Palazzi, decidiamo quindi di seguire il flusso e ci ritroviamo nel piccolo e bianco tempio semi aperto e di pianta sferica, Chamunda Mataji, dedicato alla dea Devi, la favorita dei Rathore.

Qualche celebrazione è in corso; molti indiani offrono fiori e frutta all’altare della divinità; inaspettatamente vengo fermata da un giornalista televisivo che mi butta in faccia il microfono e mi chiede: “Buongiorno, lei si è convertita all’induismo? E’ venuta fino a qui per celebrare (nome della festività dimenticato)?”

Alquanto scortesemente gli rispondo: “Scusi, non sono induista, ma una semplice turista; non ho la più pallida idea di cosa lei stia parlando. Arrivederci.”


Il giornalista mi guarda sbieco e io raggiungo i miei amici che ridono sotto i baffi. Cecilia si avvicina a un gruppo di donne sedute a terra mentre suonano acuti sonagli. Una di loro ci invita a sederci a terra con loro porgendoci una coppia dello strumento.

Le accompagniamo per alcuni minuti, lasciandoci cullare dal suono argentino delle loro voci; ultima sinfonia dell’assolato Forte di Mehrangarh.

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