L’arrivo a New Delhi. Nuova vita nella capitale dell’India

L’arrivo a New Delhi. Nuova vita nella capitale dell’India

Traffico a New Delhi

All’alba prendo il volo lasciando Genova e il mio cuore in custodia, il mare mi saluta velato dalla nebbia e dalle luci cittadine; nella successiva tappa milanese, l’aeroporto è gremito di famiglie indiane e santoni avvolti nei loro panni arancioni. La mia immaginazione inizia a volare, mentre un sentimento che non sentivo da tempo inizia a impossessarsi di me. Quelle farfalle nello stomaco, simili a una infatuazione adolescenziale, quel senso di panico adrenalinico  misto al piacere e terrore del nuovo si insinua silente nella mia mente. Parto verso una meta senza casa e senza amici, sola, per tre mesi verso quell’Istituto di Cultura Italiano che sembra così anonimo e lontano; se non per quelle e-mail di una ragazza che si sarebbe rivelata la mia ancora di salvezza in tante occasioni.

Saluto come al solito a “modo mio” l’ultima fascia di terra  italiana che mi separa dalla scalinata, prima di entrare nella pancia della balena-aereo. “Sono fortunata” penso “per la prima volta sono seduta nella prima fila della classe economica, le mie gambe avranno tutto lo spazio necessario”. Una quarantenne hippy montenegrina è la mia vicina. Iniziamo a parlare delle nostre attese mentre mi rivela i suoi intenti: ”Sono con un gruppo spirituale, settimana prossima ci sarà una rarissima congiunzione astrale e noi saremo immersi nelle acque del Gange.” Ascolto in silenzio tutto il suo credo New Age e sorrido sotto i baffi mentre mi guarda storto per le mie scelte culinarie di bordo: piatto con carne e vino, come al solito pessimi in volo.

Arrivo a New Delhi

Scimmia con frutta

L’arrivo è prossimo, sotto ai miei occhi si allargano fiumi di luce avvolti in spazi così neri da aumentare quel senso d’ignoto che ormai mi ha sopraffatta. Atterrata, sorpassati i controlli e cambiati i soldi, saluto la sorridente hippy e prendo il coraggio di uscire dall’ultima isola internazionale prima della vera India. Appare un ammasso di cartelli con nomi in varie lingue, sorretti e letti a gran voce da una massa ancor  più varia  di gente; mi guardo in giro e avvisto il mio nome: “Here I am!” esclamo, mentre il mio primo tassista indiano, un sikh sessantenne dotato di una forbita barba grigia e di un altrettanto grigio turbante, mi sorride e mi invita a seguirlo. Parla veloce e penso “Ma che lingua è? Inglese o indiano? Oddio non dirmi che ho scordato così tanto l’inglese!”. Mentre inizio a districarmi nell’assurdo e divertente accento indiano, una magrissima mucca dotata di enormi corna mi dà in benvenuto a New Delhi. La guardo stranita, ma sarà la prima di tante.

Nonostante sia l’una di notte, le strade a due corsie sono invase per tre file da tutti gli immaginabili generi di trasporto: macchine strombazzanti di modelli che partono dagli anni ’70 alle nostre ultime utilitarie, camion ruggenti, autobus arrugginiti e decorati con nastrini, chimere coloratissime e con improbabili lattine alla moda americana del “just married”, moto, motorini, biciclette, risciò verdi dalle cappotte gialle e, dulcis in fundus, mucche che qua e là rallentano il già singhiozzante traffico.

Mi cade l’occhio su una frequente scritta posteriore sui mezzi pubblici e di grossa cilindrata: “Please horn”; se in Occidente il clacson è  visto quasi sempre come un insulto, qui gli autisti sembrano invece contenti di essere strombazzati, come per dire “Stai attento! Esisto!” Intanto nell’aria continua un concerto assordante e nevrastenico di vari clacson, che mi avrebbe accompagnato per lungo tempo. Mentre procedo, mi accorgo che i passeggeri delle varie vetture sono soliti gettare lo sguardo verso l’interno del mio abitacolo e, una volta scortami, divento l’oggetto della loro attenzione. “Perché sono bianca, donna e per giunta sola alle 2 di notte” rifletto e inizio a salutare i vari bimbi che ricambiano con un sorriso a 46 denti.

La prima notte indiana

Primo pasto all’ostello

Ormai esausta lascio farneticare l’autista, curioso della mia provenienza e dei motivi del mio viaggio; ma l’arrivo all’ostello svela uno dei momenti che sarà una delle scuole di vita indiane: il pagamento. Il mio angelo custode, che aveva inviato il taxi al mio arrivo, aveva già preso accordi avvisandomi dei “modi indiani” di trattazione, ma ovviamente il tassista tenta il rilancio e io un po’ lo seguo per stanchezza, ma la mia vena da “formichina” prende il sopravvento e con’occhiataccia lo zittisco; contento comunque dell’ “extra” mi accompagna alla caserma-ostello di Chanakiapuri, lo stesso quartiere dell’ambasciata.

Un odore  di disinfettante acido mi penetra nelle narici risvegliandomi e mi presento al giovane indiano della reception che con un inglese ancora più maccheronico inizia la trafila dei miei documenti. “Bussa alla stanza numero 342”, dice. “Ma le chiavi?” chiedo. “Le ha la ragazza inglese sopra” risponde. “Avete solo una chiave per 4 ospiti?” mi azzardo a chiedere. “Si” e ciondola la testa con quel modo tutto indiano compiacente e gentile di annuire a gesti, che a noi occidentali pare come un  “no” poco convinto. Aggrotto le sopracciglia disorientata e mi avvio ai piani superiori ben carica.

L’ostello mi ricorda un ospedale, per i finestroni  stile anni ’50, i muri ocra scrostati e quell’odore aspro di medicinale usato come detersivo per pavimenti. Busso alla porta, dispiaciuta e seccata di dover buttare giù dal letto una totale estranea; sento una voce sonnolente: “Yes?”,“Hallo, scusa devo dormire qui”. Alcuni passi e la porta, fortunatamente, si apre; una inglese molto alta mi accoglie e confabula gentilmente con me per alcuni minuti sul funzionamento scadente dell’ostello e su come gestire le chiavi. Preferisco lasciarla tornare nelle braccia di Morfeo, mentre io, al buio, prendo silenziosamente quanto mi serve dalle valigie.

Distesa, una flebile paura dell’ignoto mi assale nuovamente. Dai finestroni ascolto il gracchiare dei corvi e i versi di altri uccelli ignoti, inizio ad accorgermi della differenza dell’aria, più palpabile e porosa, e del freddo pungente. “Meno male che su Internet davano 24 gradi, non arrivano a 12,” penso “per di più sono senza maglioni. Devo farmi forza.” La paura di non farcela e di rimanere sola per tre mesi si affaccia con prepotenza nella mia mente, mentre mi sforzo di pensare alle ragioni di questo viaggio, alla mia voglia di scoprire appieno un paese così da tanto tempo immaginato, a partire dalle quelle pagine di Kipling, che da bambina richiamavano il mio desiderio di vivere come “regina degli animali” nella giungla.

“Ciao, possiamo fare una foto con te?”

Primo tassista e primo ricksciò

In mezzo a queste tensioni mi addormento. Al risveglio, l’intenso brusio dei volatili non mi lascia dormire, così scendo per la mia prima colazione indiana con tutti gli occidentali precetti delle sanitarie precauzioni: niente acqua del rubinetto, niente verdura cruda, frutta e via dicendo.  Nella sala comune, seduta su stinte sedie verdi, bevo il mio primo chai con toast, burro e una rossissima marmellata di mango; una costosa rarità in Europa, una normalità qui. Continuo a sentirmi al centro dell’attenzione e non mi sbaglio: chi più e chi meno, tutti mi fissano; non passa molto e gruppi di ragazzini in età liceale iniziano ad attaccare bottone chiedendomi foto. Divertita e contenta di poter fare due chiacchiere, incomincia l’esplorazione del popolo indiano: estremamente curioso e gentile, queste sono le mie prime impressioni.

Nella mente ho una sola idea: contattare il mio angelo custode che corrisponde al nome di Cecilia. Dovrei premettere che lei è il mio predecessore, ovvero la stagista di cui io dovrò prendere il posto all’Istituto insieme a un’altra ragazza italiana. Con entrambe c’erano stati precedenti contatti telematici e sapevo, con quell’intuizione che la vita mi ha dotato, che avrebbero giocato un ruolo importante in questo viaggio. Così mi decido a chiamarla. “Pronto?….” La sua voce m’infonde subito un senso di calore e sicurezza, così mi abbandono totalmente alle sue preziose indicazioni: trovare una sim telefonica indiana e accettare l’invito a casa sua per cena.

“E’ ora di uscire” penso tra me, così varco i confini dell’ostello lasciandomi alle spalle il nugolo di conducenti di risciò pronti a trasportarti ovunque e mi dirigo alla ricerca dell’Istituto. Il quartiere non corrisponde alla mia immagine dell’India: sontuose ambasciate di ogni paese in differenti stili architettonici si ergono lungo geometriche e pulite strade interrotte da check point con soldati e poliziotti armati di mitra. Avevo già visto simili posti di blocco in Egitto, ma nel paese della più antica democrazia mi danno un senso estraniante, di pericolo irreale. Questo quartiere si sarebbe rivelato un’isola nella città, ma alcuni particolari iniziano a darmi il brivido d’Oriente: su alberi simili ai baobab, ovvero con numerosi tronchi collegati, scorgo le prime scimmie che sornione mangiano tranquillamente delle mele lasciate dalla gente del posto. Tento di avvicinarmi, ma scompaiono tra i rami.

Il primo shopping

Una volta scovato esternamente l’Istituto, mi decido a prendere il mio primo risciò. Il conducente mi chiede dove devo andare e io abbozzo qualche parola in Hindi imparate da un libro per l’occasione; lui sorride ed esclama: “Oh, parli proprio bene in Hindi”. La sua finta adulazione mi irrita e inizio a trattar sul prezzo, lui afferma che Khan Market, il posto in cui comprare la sim, è molto caro e si offre a portarmi in un altro posto, io insisto e cerco di diminuire il prezzo, “Mam, io l’aiuto se lei mi aiuta” continua “40 rupie sono un prezzo onesto, ma prima la porto a fare un giro in un altro mercato vicino.” Incuriosita accetto.

Il mercato in effetti è vicino e il conducente mi lascia in balia dei negozianti che mi espongono senza tregua tutta la loro mercanzia: mobilie, colorati tappeti, pregiate stoffe … Sebbene inesperta, riconosco che i prezzi sono troppo alti per essere in India e mi salvo comprando semplice incenso, comunque pagato a peso d’oro. Capisco il trucco: i conducenti  adescano turisti portandoli nei vari mercati per ricevere denaro in cambio di possibili acquirenti.  Seccata mi faccio lasciare a Khan Market e da lì inizio la peripezia di documenti per comprare la sim: foto d’occasione fatte in uno studio fotografico indiano, vicino a una coppia che mercanteggia per le foto del proprio matrimonio, una sfilza di fotocopie di passaporto e permesso di soggiorno.

L’india continua a bussare alla mia porta; nonostante il quartiere sia definito occidentalizzato, gli oggetti esposti sembrano prendere vita e oltrepassare i limiti imposti: i colori così vari e intensi delle borse e delle stoffe, i profumi delle spezie e dei cibi per me ancora tutti da provare si diffondono nell’aria  rendendola satura. Inizio a prendere coscienza delle differenze sociali: accanto ai giovani che in Italia sarebbero definiti dei “truzzi esagerati” carichi di soldi, vecchi storpi e bambini sporchi vestiti di stracci chiedono l’elemosina. Sono abituata a vedere senzatetto, ne sono consapevole, ma la vista di bambini abbandonati a se stessi è qualcosa che mi lacera nel profondo, con domande senza risposta. Mi sento  inerme, inutile e ancor più sporca di loro.

Vasanht Vihar, la Merloce Place dei poveri
Bazar in centro

Finalmente sera riprendo il risciò, purtroppo mi accorgo che il conducente non parla inglese, così mi limito a sillabargli con calma l’indirizzo di Cecilia. “Va-san-ht- Vi-har D-D”, nonostante la buona volontà, mi ritrovo nel buio in mezzo a famiglie attorniate a fuochi in bidoni arrugginiti e decine di cani che latrano senza sosta. “Non può essere qui” penso e mi faccio lasciare davanti all’unico locale aperto della zona che corrisponde al nome di Vasahnt Vihar Club. Chiamo Cecilia che misericordiosamente convinta dalle mie incertezze mi viene a prendere. Dal buio appare una ragazza alta e longilinea, dai tratti regolari e sinceri, con capelli castani raccolti in una semplice coda: “Erica?” “Si! Cecilia!” ”Finalmente ci conosciamo di persona!” Mi invita a salire in macchina  con un certo Manoj, un silenzioso ragazzo indiano ventottenne. Ci dirigiamo nella sua casetta in quella che sarebbe stata battezzata la “Merlose-Place dei poveri”, esattamente dove mi aveva portato il tassista, tra i bidoni infuocati e i mille cani randagi  ululanti.

Le abitazioni sono bianchi condomini non rifiniti, con ancora le travi di ferro arrugginite che escono talvolta dai posti meno immaginati; attraversati da scalinate strette che si trasformano salendo in scale di ferro ripidissime, spesso con ringhiere senza apertura dove si accede ai portoni dei vari appartamenti. Mi ritrovo dunque a scavalcare le ringhiere per entrare nell’appartamento, dove altre persone sono in procinto di animare la serata: Julio, il compagno di Cecilia, un alto spagnolo di Maiorca dai classici lineamenti andalusi e due altre ragazze italiane collegate al mondo dell’ambasciata. Cecilia vive in India da più di tre mesi e la sua piccola casa riflette il suo adattamento: pochi mobili spartani, colorati poster con divinità indù che mi ricordano le iconografie degli dei dell’Olimpo, fornelli del gas accesi per “aiutare” l’effetto poco proficuo del riscaldamento e un piccolo grazioso topino che scorgo scappare in un lampo sotto il frigo. “Cecilia, non vorrei allarmarti, ma mi pare di aver visto un topolino, proprio lì sotto!” “Caspita, ma allora c’è davvero! Non ero proprio sicura di aver visto giusto! Julio che facciamo?” “Bah, ci penseremo domani.”

 Con mia sorpresa nessuno sembra schifato dalla presenza; abituata alla campagna dove da bambina mi divertivo nel granaio a scovare le tane dei topolini, resto compiaciuta dalla semplicità della compagnia e da qui prende spunto la conversazione: “Lo sapete come, secondo Terzani, in Oriente scacciano i topi da casa?” continua Julio “Ne catturano uno e lo mettono vivo in padella cuocendolo lentamente, in modo che i suoi lamenti siano un efficace allarme per la sua comunità, che sloggia quindi immediatamente dall’abitazione.” “Che disumano, trucidare così un povero topo!” “Che schifo!” “ Almeno ne uccidono solo uno in cambio di altri cento liberi, non come da noi: tutti avvelenati!”  e seguono altri commenti, divisi un po’ in inglese e un po’ in spagnolo, dato che tutti padroneggiano bene entrambe le lingue, escluso la presente. Così scopro che Manoj lavora per l’Ambasciata cilena e parla uno spagnolo praticamente senza accento indiano, che tutti sono reduci da qualche Erasmus e divorano libri  di argomenti che spaziano dalle filosofie orientali alle politiche sociali. Entusiasta di trovarmi in una compagnia così stimolante, mi gusto la mia prima pizza fumante ai peperoni e ai falafel, piccantissima!

“Non sappiamo se battezzarvi stasera o se lasciarvi qui tranquille” inizia Cecilia, “Si, se vedere le vostre facce davanti allo shock culturale che vi aspetta” continua Vanessa, l’altra ragazza adattata o adottata dall’India. “Cioè?” chiedo. “Ne avete di cose da vedere, questo quartiere è fin troppo occidentale mia cara, se ti sei stupita per i bidoni e i cani, non hai ancora visto nulla.” “Vale, stasera no, abbiamo tutto quello che ci serve” continua Julio, che tira fuori una bottiglia di whiskey e inizia a fumare.  “Vabbuò, allora stasera  restiamo qui, anche perché, care ragazzuole, dopo la mezzanotte qui chiude praticamente tutto”dice Cecilia. “Tutto?”chiedo stupita. “Si, i pochi locali sono nei quartieri occidentali e questo è il loro orario, mentre restano aperte solo le discoteche dei grandi alberghi, che per l’entrata ti sparano almeno 30 euro!”. “Borghesi di mierda!” conclude Julio, che dopo una lunga tirata inizia a intonare a gran voce una canzone spagnoleggiante seguita da tutti tra applausi e mosse di flamenco inventate per l’occasione. Tra musica, alcool e fumo, tiriamo allegramente fino all’alba.

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