Alla scoperta di New Delhi: tra monumenti e incontri bizzarri

Alla scoperta di New Delhi: tra monumenti e incontri bizzarri

Mausoleo a Lodi Garden

La convivenza si snoda con pomeriggi passati con Federica a Cecilia in cui marino l’Istituto, alla scoperta della città. Una delle nostre prime visite è la tomba mogul di Safdarjang, famosa perché un principe di cui non ricordo il nome scivolò dalle scale rompendosi l’osso del collo. Piuttosto che dall’architettura araba, siamo più prese dal giardino ricco di alberi, scoiattoli e coppiette.

“Uffa! Ma neanche qui si riesce a scordare di essere single?” sbuffa Fede. “Ma c’è una riunione cittadina di tutti gli innamorati? Guardali, mentre si fanno i pic-nic sul prato.” C’è chi si tiene la mano o chi parla naufragando nello sguardo dell’altro, ma nessuno osa baciarsi in pubblico. “Oddio come sono mielosi, ti prego cambiamo posto!”

Divertita dal rigetto di Fede, ci spostiamo verso Lodi Garden. Per strada un piccolo e sgargiante tempio coglie la nostra attenzione, sia per il vivace scampanellio delle campane, sia per la quantità di bambini che corrono sul piazzale. Appena mi vedono tirar fuori la telecamera, tutti i bambini si mettono in fila per la foto con la massima serietà. Una giovane dal sorriso tanto lucente da risaltare sul bell’incarnato bruno ci osserva; pare essere la custode del tempio e forse anche la madre di molti dei bimbi presenti.

In Lodi Garden continua il relax nel verde tra le cupole delle antiche tombe e moschee islamiche. Al tramonto il crepitio di interi stormi aumenta a dismisura, tanto che gli alberi esotici paiono vibrare dal carico dei fremiti. Saliamo sui tetti dei templi rimasti intatti, mentre una strana atmosfera ci sfiora: quella sensazione di apertura temporale che ingloba l’antico permettendone la sopravvivenza; quel senso di quiete che già Il Gange mi aveva donato. In questa tiepida fissità, mi godo i colori rossastri del cielo di Nuova Delhi, tra i canti dei suoi abitanti.

In solitaria

Spesso il mio viaggio è solitario, verso sera mi piace perdermi nei vicoli silenziosi dei cortili o nella folla del mercato del mio quartiere. L’imbrunire acuisce in qualche modo gli odori e i miei sensi tattili, così a capo chino, nascosta in un largo scialle, cammino rasente alle bancarelle e ai passanti. Sono gli oggetti, animati dalle proprie essenze, a venirmi incontro lasciandosi esplorare: mucchi di fragranti fiori arancioni e rossi, su cui le donne lavorano creando religiose collane, bottiglie di plastica raccolte da bambini scalzi infilati in sacchi bianchi più grossi di loro, carri di legno straripanti di noci di cocco, caschi pendenti di banane giallastre, grosse e profumate papaye pesate su vecchi bilancieri di ferro arrugginito.

Su un tavolino colmo di chiodi e attrezzi un artigiano modella chiavi con il solo aiuto di lime e martelli. I mercanti urlano le loro offerte giornaliere, mentre il fumo di frittate colme di peperoncini verdi si espande da neri pentoloni assieme al profumo di kebab; scorze di frutta gettate ai lati delle vie dopo la frollatura vengono divorate da mucche silenziose assieme a cartone scolorito. C’è un odore indefinito che permea la terra e la gente, un odore di avvizzita vitalità, di acre e dolciastra perdizione, di pulsante e limaccioso torpore; indefiniti sensi che mi rendono un fantasma aleggiante sul suolo indiano, un’ombra senza identità che si trascina quasi drogata dall’aria stessa. Mai tanta libertà avevo sentito scorrere nelle vene.

Old Delhi, la forza dell’antico

Palazzo bianco all’interno del Red Fort

Il posto in cui la forza distruttiva indiana più si rivela è Old Delhi. Decisa a inoltrarmi nei vecchi quartieri, arrivo con il rickshaw al Lal Qila o Red Fort. La geometria regolare e la potenza racchiusa nelle mura di pietra rossa mi riportano al sentimento di turista occidentale, di fronte ai monumenti più visitati della zona. I palazzi più interni in cui si situavano le abitazioni private del regnante con il suo harem sono di una bellezza tanto semplice quanto raffinata: porticati di marmo bianco, lavorati con leggeri arabeschi di pietre colorate raffiguranti fiori, si alternano a grate e piscine ora in disuso.

Sento che la vita vera non è tra queste mura scarlatte, ma fuori; così esco e mi avvio a piedi per Chandni Chowk, una delle vie più trafficate di tutta l’India. Motorini, arrugginiti risciò a due ruote, calessi, carri, camionette, vacche, scrostati bus percorrono rumorosamente e lentamente la via, tra centinaia di persone di varie etnie e costumi che bloccano fisicamente il cammino.

Incuriosita da indiani che si lavano mani e piedi presso lavandini pubblici, che spiccano per il loro bianco splendente tra la polverosa strada, mi fermo ad osservare i devoti che entrano nel tempio Sisgany in maniera indescrivibile: c’è che si trascina a terra baciando ogni singolo gradino, chi gattona, chi rimane con le ginocchia a terra pregando fervidamente. Prendo informazioni da un occidentale, in un ufficio laterale destinato a informare possibili fedeli su cosa sia la religione sikh, dove lascio scarpe e borsa. Esco scalza per la strada, mi lavo i piedi nudi sotto gli occhi di tutti e vinta dalla curiosità, salgo i granitici scalini per entrare in un salone colmo di consunti tappeti persiani sui quali masse di fedeli pregano in silenzio, mentre una gioiosa musica religiosa in sottofondo viene continuamente trasmessa.

Ai soffitti bianchi pendono numerosi candelieri che illuminano con forza lo spazio. Noto persone di differenti caste assieme: uomini barbuti con colorati turbanti e lussuose tuniche accanto a gente quasi seminuda. Le donne, tra cui alcune velate, pregano con i bambini in disparte. Vedo sacerdoti in abiti che distribuiscono frutta ai fedeli in coda, un po’ come l’ostia cristiana. Non ho mai visto fede così intensa dal vivo: le prostrazioni viste sugli scalini proseguono anche all’interno, gli uomini sembrano quasi volersi flagellare pubblicamente, in continue umiliazioni fisiche. Sembra che il fedele voglia annullarsi come individuo per avvicinarsi e fondersi con la sua divinità. L’atmosfera è pesante, mi sento angosciata da questa logorante dimostrazione di fede, così decido di tornare all’esterno dove mi coglie un senso di sollievo.

Nelle viscere di Old Delhi

Mi dirigo nei vicoli interni dove osservo vari bazar sommersi da sacchi colmi di the, colori in polvere, stoffe e spezie colorate. Sembra che sia capitata in uno dei centri nevralgici di commercio. Carri e camion vanno avanti e indietro trasportando le mercanzie, mentre uomini e bambini indaffarati pesano la merce in enormi bilance di metallo obsolete anche per i nostri nonni. Il profumo intenso di cardamomo e cannella, di curry e nocciole tostate si confonde con l’acre di sudore e sporcizia. Alzo gli occhi: grovigli di fili della corrente si estendono tra grigi e bluastri palazzi fatiscenti dai vetri delle finestre rotti o inesistenti. Tra i fili ammiro le acrobazie di una scimmia grigia, che entra furtiva in un appartamento.

Attorno a me si mostra senza veli la miseria: intere famiglie vestite a stracci che vivono per strada; alcuni uomini mi osservano seduti immobili in coperte scucite, altri sono indaffarati nei loro lavori di sopravvivenza: mungere una capra allevata in strada, rammendare gomme, raccogliere vetro e plastica … Alcuni approfittano di acqua raccolta in consunte bacinelle per lavarsi con sapone (mi chiedo dove possano averlo recuperato), mentre accanto altre donne stendono i propri cenci lavati con cura.

Queste persone non hanno nulla: nessuna dimora, nessuna sicurezza, nessun futuro; ma mai ho visto una simile dignità e silente accettazione del proprio destino. Gli sguardi degli uomini non trapelano altro che rispetto per la propria famiglia e muta rassegnazione alla vita. Alcune donne mi osservano mentre sono indaffarate a fare il bucato o ad allattare i propri figli; con i loro sicuri e secchi gesti sembrano portare con forza il peso del destino dei propri eredi. Con mio stupore nessuno si avvicina per chiedermi la carità.

Avventure alla Jama Masjid
La moschea di Jama Masjid

Salgo l’alta gradinata rossa che porta alla Jama Masjid, la moschea più grande di tutta l’India. Il custode mi ferma subito: “Devi aspettare, non puoi entrare!” e mi strattona con modi burberi. “Perché?” “No, ho detto che te ne devi andare!” “Ma come, è un luogo pubblico!” ribatto io con forza. Un piccolo aiutante interviene: “No, Mam, c’è la preghiera ora, devi aspettare!” “Ah, capisco. Quanto dura?” “Mezz’ora.” “Va bene, torno più tardi” e mi allontano guardando di sbieco il vecchio barbuto alla porta.

Resto seduta sui gradini, mentre una folla di intere famiglie entra frettolosamente nel tempio e il muezzin intona a gran voce il suo canto. Assorta nel profumo di carne alla brace, guardo il lontananza i vari negozi accanto alla moschea: interi pezzi di carne sono esposti nelle bancarelle, assieme a teste di dromedari e capre scuoiate, tra voli di mille mosche. La visione di carne viva, di sanguinolenti costate appese mi dà la nausea. Cambio aria e mi ferma un giovane indiano. “Hallo, Mam. Da dove vieni?” Ormai mi sono abituata a essere spesso fermata per strada da indiani, vista la loro innata curiosità e la loro ricerca di amicizie “bianche altolocate”. Tuttavia il tizio, Shan, si dimostra insistente, ma in qualche modo simpatico e si offre di farmi da guida nella moschea.

Terminata la preghiera, risaliamo la scalinata. “Stammi vicino” mi consiglia. Il custode mi ferma subito: “Aspetta!” mi urla. “Lei è con me, tutto a posto fratello” risponde con un sorriso Shan. “Tike, Tike” e mi lascia passare senza fiatare. L’interno della moschea è un enorme cortile, circondato da porticati sotto i quali intere famiglie passano le giornate in compagnia, mangiando e bevendo chai. Molti ragazzini sono impegnati a rincorrersi alla rinfusa o si avvicinano cercando di parlarmi. Ai lati due enormi minareti si lanciano nel cielo limpido di New Delhi, tra stormi di piccioni e qualche rado falco. Il centro di devozione è un tempio tricuspidato aperto sul davanti da enormi arcate, dalle quali intravvedo uomini dediti alla preghiera.

Mi avvicino e Shan continua a raccontarmi particolari curiosi sul luogo: “Vedi qui?” mi indica battendo il piede sul pavimento “Senti che è vuoto? Un tempo qui ci mettevano le armi, un nascondiglio perfetto.” “Interessante.” Attraverso l’arcata per ammirare le decorazioni parietali, i lampadari di vetro soffiato, cercando di passare inosservata tra i fedeli che si inginocchiano a terra e studenti che leggono il corano a voce alta. Una pila di libri ricoperti da sgargiante stoffa coglie la mia attenzione. Allungo la mano, ma Shan mi ferma. “E’ meglio di no, quelli sono per i mussulmani.” “Che libri sono?” “Sono tutte copie del Corano, ovviamente.”

Shan continua a chiedermi informazioni sul mio viaggio, sul lavoro e sulla mia vita privata, così non riesco a godermi la pace del luogo. “Tornerò con calma” penso. “Tu mangi carne?” interrompe i miei pensieri Shan. “Si.” “Allora vieni, ti offro chai e samosa, nel ristorante di mio cugino.” Ovviamente non posso dire di no e mi ritrovo in uno dei squallidi ristoranti che costeggiano la moschea, nei quartieri popolari di Old Delhi. Al cenno di Shan un ragazzino ci porta le famose samose di cui Shan continua a declamare la delizia. “Ok, tanto al massimo mi tornerà la diarrea” penso. In realtà i triangoli colmi di spezie e carne di pollo sono ottime, meno il chai scolorito e tiepido.

Un improvviso rumore metallico coglie la mia attenzione, mi volto e vedo il ragazzino del locale inginocchiato a terra mentre lavora il pollo con le spezie a mani nude in una bacinella, pollo chiaramente andato a male per il forte odore fetido che emana. “Oddio, ho mangiato ‘sta roba! Questa è la volta buona che vado in ospedale!” penso presa dal panico. Cerca di liberarmi da Shan, ma lui mi propina la visita al suo centro culturale: “Dai vieni, è proprio qui dietro!” “TiKe, ma solo 5 minuti, poi devo davvero scappare.”

Ci inoltriamo in un dedalo di stradine strette, tra palazzi bianchi e squadrati, dove le botteghe sono più rade e dove la gente lascia aperte le porte delle proprie abitazioni, tra cani randagi e placide mucche. Entro in una porta a vetri e mi ritrovo in una piccolo salotto, simile a una bottega, piena di tappeti verdi, cuscini colorati e libri gettati alla rinfusa. “Qui mi raduno con i miei amici fumando il narghilè e bevendo chai.” L’atmosfera è molto intima e bohémien, sui muri sono appesi poster arabi di vecchi film e nelle vetrine ci sono cimeli dal sapore antico.

Da un cassetto Shan tira fuori un bracciale di plastica verde che mi infila rapido al polso: “Tieni, in ricordo della giornata.” “Grazie, ma non devi.” “Dai, un dono di ospitalità. Una sera di queste farò una cena con amici a casa mia, con carne alla griglia. Ho un giardino molto grande, che ne dici di venire?” “Vediamo, credo di sì. Il mio numero ce l’hai. Ora scusa ma devo proprio scappare.” Shan mi accompagna sulla strada principale accanto alla moschea e contratta per me il prezzo per portarmi nel mio quartiere. Intorno a me si radunano bambini che chiedono la carità, ma non ho molto da offrire. Dopo questa giornata intensa voglio solo farmi una lunga doccia calda.

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